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Arte, ma con una coscienza sociale – e un’occasione per ricordare un’icona della moda come Valentino Garavani, recentemente scomparsa.  

Il progetto “VENUS – Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos”, dell’artista Joana Vasconcelos e promosso dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, nei mesi scorsi ha coinvolto gli studenti NABA dell’Area Fashion Design in una serie di attività dalla forte valenza sociale, culminate con l’inaugurazione di una mostra lo scorso 18 gennaio presso lo spazio PM23 a Roma. 

 

“VENUS – Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos”: il contributo degli studenti NABA in campus 

Il contributo degli studenti NABA si è sviluppato attraverso un articolato percorso laboratoriale, svolto con cadenza settimanale, finalizzato alla produzione dei materiali destinati alla realizzazione di un’opera installativa. All’interno del campus romano dell’Accademia, hanno lavorato alla creazione di manufatti realizzati con materiali e cromie differenti, successivamente assemblati per dare forma all’opera poi esposta nello spazio della mostra. 

 

“VENUS – Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos”: il contributo degli studenti NABA in campus in contesti esterni 

L'ambizioso progetto, oltre al ruolo educativo svolto all’interno dell’Accademia, ha assunto una significativa dimensione di impegno civile, estendendosi a diversi contesti esterni grazie al coinvolgimento di una rete di partner attivi nei settori dell’accoglienza, della cura e della protezione, tra cui l’Associazione Differenza Donna APS, INTERSOS – Organizzazione Umanitaria ETS, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e il Gemelli Medical Center. In questi ambiti, le attività si sono svolte all’interno di strutture di accoglienza, spazi protetti e contesti sanitari, inclusi gli hospice ospedalieri, coinvolgendo persone che vivono condizioni di vulnerabilità e svantaggio sociale. 

In questi contesti, circa cinquanta studenti NABA coinvolti nel progetto hanno svolto un ruolo di tutoraggio, guidando i gruppi di lavoro con l’obiettivo non solo di realizzare i manufatti, ma soprattutto di favorire momenti di condivisione e inclusione, in cui la pratica artistica si è configurata come strumento di relazione, partecipazione e dialogo all’interno di realtà caratterizzate da condizioni di fragilità o da limitazioni della libertà personale. 

Un ulteriore ambito di intervento del progetto è stato infatti il carcere di Rebibbia, nell’area riservata alle donne detenute. Le attività, svolte con regolarità settimanale, sono state realizzate anche con il contributo della docente NABA Lucrezia Moro, delle tutor messe a disposizione dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti e della Fondazione Severino, partner del progetto e realtà da anni impegnata nello sviluppo di percorsi di formazione, reinserimento sociale e iniziative culturali in ambito carcerario. In questo contesto, il lavoro laboratoriale ha coinvolto direttamente le detenute, valorizzando l’esperienza artistica come occasione di ascolto, relazione e inclusione. 

Il progetto ha quindi preso forma come un processo condiviso, in cui il fare artistico ha superato la dimensione dell’oggetto per farsi esperienza, relazione e costruzione di senso attraverso il coinvolgimento di soggetti e contesti eterogenei.

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